ADHD è l’acronimo inglese di “Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività/Impulsività”. Per molte persone l’ADHD è ancora qualcosa che riguarda solo i bambini: difficoltà a stare seduti, problemi scolastici, iperattività.
In realtà, il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività può avere ripercussioni anche nell’età adulta, spesso in una forma meno riconoscibile ma altrettanto faticosa.
Molti adulti convivono per anni con la sensazione di essere “sbagliati”, disorganizzati, inconcludenti o costantemente in ritardo rispetto agli altri. Alcuni si sentono intelligenti ma incapaci di esprimere davvero il proprio potenziale. Altri hanno provato più volte a cambiare, senza capire perché certe difficoltà continuino a ripresentarsi.
Come si manifesta l’ADHD nell’adulto?
Nell’età adulta il disturbo spesso si presenta in modo diverso e molto meno evidente rispetto al bambino.
Più che una vera iperattività, molte persone descrivono una sensazione costante di irrequietezza interna: la mente sempre in movimento, la sensazione di non riuscire a fare niente alternata al bisogno di fare mille cose insieme, la difficoltà a rallentare davvero.
La giornata può sembrare una corsa continua tra pensieri, impegni dimenticati, distrazioni e cose iniziate con entusiasmo ma lasciate a metà.
Capita di perdere facilmente il filo di una conversazione, dimenticare appuntamenti, rimandare compiti importanti fino all’ultimo momento o sentirsi sopraffatti anche da attività apparentemente semplici.
Molti adulti con ADHD raccontano di vivere con la sensazione di essere sempre “in ritardo”: in ritardo con il lavoro, con le risposte, con le scadenze, con ciò che vorrebbero riuscire a fare.
Tra le difficoltà più frequenti ci sono:
- fatica a mantenere la concentrazione
- tendenza a distrarsi facilmente
- difficoltà a organizzarsi
- procrastinazione
- dimenticanze frequenti
- difficoltà nella gestione del tempo
- impulsività
- difficoltà a portare a termine le attività
Tutto questo può avere un impatto importante sul lavoro, sullo studio, sulle relazioni e sull’autostima.
Quando può essere utile una valutazione?
Molte persone arrivano a chiedere una consulenza dopo anni passati a pensare (o a sentirsi dire) che il problema sia la mancanza di volontà, la disorganizzazione o il fatto di essere “fatti così”.
A volte ripensando all’infanzia o all’adolescenza, molte persone si ricordano di essere state distratte, impulsive, “con la testa tra le nuvole”, oppure intelligenti ma incapaci di studiare con continuità o di sfruttare appieno le proprie risorse.
Con il tempo, queste difficoltà possono diventare sempre più pesanti, soprattutto quando aumentano le responsabilità legate al lavoro, alla vita di coppia, alla gestione della casa o dei figli.
Non è raro che l’ADHD nell’adulto venga confuso con ansia, depressione, burnout o semplice scarso impegno. Alcune persone ricevono altre diagnosi prima di arrivare a quella corretta. Altre si convincono, per anni, di essere soltanto pigre o inconcludenti.
Come si arriva alla diagnosi?
La diagnosi di ADHD nell’adulto si basa su una valutazione clinica approfondita e gestita da uno psichiatra formato sull’argomento, accompagnata da dei questionari che aiutano a comprendere alcuni aspetti del funzionamento del paziente.
La valutazione può includere:
- uno o più colloqui clinici
- raccolta della storia personale e scolastica
- questionari specifici per l’ADHD
- visita psichiatrica completa
L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo, questo vuol dire che i suoi segni sono presenti durante l’intero arco di vita della persona. Per tale motivo durante la valutazione possono essere coinvolte altre figure, come un genitore o un fratello, che possano descrivere il comportamento del paziente sia al momento attuale che in età infantile.
Non è raro, inoltre, che chi è affetto da ADHD presenti delle comorbidità psichiatriche come ansia o depressione, che peggiorano il quadro generale. È molto importante quindi completare la diagnosi di ADHD con una valutazione psichiatrica completa, volta ad individuare ed eventualmente trattare altri sintomi concomitanti. Bisogna infine ricordare che alcuni disturbi, come disturbi dell’umore o disturbi d’ansia, possono determinare sintomi cognitivi e compromissione del funzionamento simile a quelli dell’ADHD. È fondamentale quindi che la valutazione psichiatrica sia finalizzata ad una corretta diagnosi differenziale, in modo da escludere altre possibili spiegazioni al disagio lamentato dal paziente.
L’obiettivo non è “mettere un’etichetta”, ma capire se dietro anni di difficoltà esiste un funzionamento diverso che può finalmente essere compreso e trattato.
Ricevere una diagnosi può cambiare il modo di guardarsi
Scoprire di avere l’ADHD in età adulta non significa trovare un problema in più.
Per molte persone significa, finalmente, dare un nome a qualcosa che c’è sempre stato.
Con una diagnosi corretta e un trattamento adeguato, è possibile stare meglio, funzionare meglio e vivere con meno fatica.
Perché spesso non manca la volontà ma manca soltanto la chiave giusta per capire come si funziona.
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